di: Isabella Durante 29 Aprile 2026 12:15

Amianto nella copertura: le soluzioni economiche costano di più nel lungo termine

Vediamo insieme cosa comporta optare per la sovracopertura o l’incapsulamento di una copertura in Eternit, invece di procedere con la rimozione totale dell’amianto.


Il tetto in amianto è purtroppo ancora troppo presente nei capannoni industriali italiani. 

Si stima che nel nostro Paese ci siano decine di milioni di metri quadrati di coperture in cemento-amianto, concentrate soprattutto nel patrimonio edilizio industriale costruito tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Il problema della bonifica è rimandato da anni da molteplici proprietari, magari alla ricerca della soluzione più economica nel breve periodo. Le soluzioni meno costose (sul breve termine) della rimozione, in effetti esistono. Sono l’incapsulamento e la sovracopertura. Ma hanno un problema, non risolvono il problema.

Cosa sono l’incapsulamento e la sovracopertura

L’incapsulamento è un trattamento superficiale che consiste nell’applicazione di prodotti liquidi, come primer penetranti e guaine elastomeriche, sulla superficie della copertura in amianto. L’obiettivo è creare una sorta di capsula intorno alle fibre, impedendo la dispersione nell’aria. Deve essere eseguito da ditte specializzate in conformità al D.M. 20 agosto 1999, che ne regola le modalità di applicazione e i requisiti dei prodotti utilizzati.

La sovracopertura è invece l’installazione di un nuovo manto di copertura, di consueto pannelli sandwich in acciaio, direttamente sopra le lastre in amianto esistenti senza rimuoverle. La struttura originale rimane in loco, isolata dalla nuova copertura.

Entrambe le soluzioni sono proposte spesso come alternative alla bonifica vera e propria, l’argomento principale a sostegno delle stesse è il costo inferiore rispetto alla bonifica. Ma nella realtà dei fatti, il risparmio è reale solo nel breve periodo.

Il cemento-amianto 

Per decenni l’Eternit è stato il materiale di copertura più utilizzato nell’edilizia industriale italiana. Economico, resistente e impermeabile, per molti sembrava la soluzione ottimale. Successivamente, la Legge 257/1992 ha vietato la produzione, l’estrazione e la commercializzazione di amianto, non imponendo però un obbligo generalizzato di rimozione. E così, dopo più di trent’anni, l’amianto è ancora presente in un’ampia parte del parco edilizio industriale italiano.

E con il tempo le coperture in cemento-amianto si degradano provocando il rilascio progressivo di fibre di amianto nell’ambiente, che se inalate sono cancerogene. Ad affermarlo l’OMS, e a ribadirlo la Corte di Cassazione, IV Sezione Penale, con sentenza n. 45935/2019, difatti anche le esposizioni a basse dosi sono rischiose.

Il D.Lgs. 31 dicembre 2025, n. 213, entrato in vigore il 24 gennaio 2026 e che recepisce la Direttiva (Ue) 2023/2668 rende il quadro normativo più stringente. Il valore limite di esposizione professionale all’amianto è stato abbassato da 0,1 a 0,01 fibre per centimetro cubo, una riduzione del 90% rispetto al parametro precedente. Ambienti che fino all’anno scorso erano considerati conformi oggi non lo sono più. I datori di lavoro che operano su strutture con amianto, anche solo ai fini della manutenzione ordinaria, devono aggiornare il proprio Documento di Valutazione dei Rischi, e rivedere le procedure operative.

I limiti dell’incapsulamento

L’incapsulamento è tecnicamente una bonifica parziale. Non elimina l’amianto, lo isola temporaneamente, con conseguenze notevoli che si manifestano nel tempo.

Il primo problema è difatti la durabilità. I prodotti incapsulanti hanno una durata limitata, variabile in funzione dell’esposizione agli agenti atmosferici, della qualità dell’applicazione e delle condizioni della superficie originale. Il trattamento tende a perdere efficacia, e pertanto le fibre tornano a essere potenzialmente aerodispersibili. E in ogni caso è necessario riapplicare il trattamento, con un costo che si ripete nel tempo.

Il secondo problema è la manutenzione obbligatoria. La normativa vigente prevede che dopo l’incapsulamento il proprietario debba istituire un programma di controllo e manutenzione periodica, con la nomina di un Responsabile. Un obbligo che ha costi diretti come ispezioni periodiche, eventuali ripristini, e che va avanti per tutta la durata in cui l’amianto rimane in sito, e dunque potenzialmente per decenni.

Il terzo problema riguarda i rischi non controllabili. Un incendio, un evento sismico, un impatto accidentale durante dei lavori sul tetto. Qualsiasi danno alla superficie incapsulata può compromettere il trattamento e liberare fibre nell’ambiente in modo imprevedibile. L’amianto rimane sotto la capsula, e pertanto molteplici azioni esterne possono causare una dispersione  delle fibre.

Il quarto problema è che l’incapsulamento non risolve il problema della responsabilità. Il proprietario dell’immobile resta il detentore di un materiale pericoloso, con tutti gli obblighi di vigilanza, manutenzione e documentazione che ne derivano. E con la responsabilità legale e civile in caso di esposizione di lavoratori o terzi.

edilizia industriale

I limiti della sovracopertura

La sovracopertura isola visivamente la copertura in amianto, migliora le prestazioni termiche dell’edificio e può essere eseguita senza interrompere l’attività produttiva. Per questo motivo viene spesso presentata come la soluzione ideale per coloro che vogliono risolvere il problema senza i costi e i tempi di una rimozione completa.

Il problema è che la sovracopertura non è comunque una bonifica. L’amianto resta in loco, sotto la nuova copertura, e continua a degradarsi nel tempo. In caso di interventi futuri che coinvolgano la copertura, come ampliamenti o manutenzione straordinaria, il problema rimane. 

Inoltre, la sovracopertura aggiunge peso alla struttura portante. In molti capannoni costruiti negli anni Sessanta e Settanta, la struttura originale non è stata progettata per sopportare il carico di una seconda copertura. Prima di procedere è necessaria una verifica strutturale, che ha ovviamente un costo. E in alcuni casi la struttura non è in grado di reggere peso aggiuntivo, pertanto la sovracopertura non è opzionabile senza interventi strutturali preventivi.

La presenza di amianto è un limite 

Per esempio, l’installazione di un impianto fotovoltaico industriale è assolutamente vietata, in quanto le operazioni di fissaggio porterebbero al rilascio di fibre pericolose per le persone e l’ambiente. Pertanto risulta fondamentale rifare la copertura in concomitanza all’installazione del fotovoltaico. 

Inoltre, nell’ambito di una compravendita un capannone con presenza di amianto, anche se coperto da una sovracopertura è un immobile con una passività ambientale che deve essere dichiarata e che incide sul valore. L’acquirente sa che in futuro la copertura dovrà essere rimossa, e questo si riflette nelle trattative.

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I vantaggi della bonifica 

La bonifica amianto, ossia la rimozione e lo smaltimento secondo normativa è l’unica soluzione che elimina il rischio derivato dalla presenza di Eternit. 

In tal senso, il legislatore ha scelto di incentivare in modo crescente la bonifica amianto.

Il Bando ISI INAIL 2025/2026 prevede contributi a fondo perduto fino al 65% delle spese ammissibili per la bonifica dell’amianto nei luoghi di lavoro, con un massimale che può raggiungere i 130000,00 euro per intervento. Per i progetti che prevedono contestualmente alla bonifica anche l’installazione (di un impianto fotovoltaico industriale di piccola taglia e destinato all’autoconsumo) è previsto un ulteriore contributo fino a 20000,00 euro, finanziato all’80%. La combinazione tra bonifica amianto e fotovoltaico, (rimozione della copertura in amianto, installazione di una nuova copertura e posizionamento di un impianto fotovoltaico sulla stessa) è attualmente una delle operazioni con il miglior rapporto costo-beneficio nell’ambito della riqualificazione del patrimonio edilizio industriale.

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